lunedì 22 marzo 2010

Chi ha paura muore ogni giorno ~ Giuseppe Ayala

«[...]siamo maturi e pronti a renderci conto che, al di là di questo o quel mascalzone di turno, la mafia è una componente stabile e organica del sistema di potere del nostro Paese? Che siede, direttamente o indirettamente, al tavolo delle decisioni che la interessano? Siamo disposti a prendere atto del fatto che magistratura e forze di polizia, se lasciate sole, non ce la faranno mai?» (pag. 99)

«Il senso civico, inteso come coscienza dell'appartenenza a una comunità, è del tutto ignoto. L'esaltazione dell'individualismo non trova limiti se non nella dimensione della famiglia, unica forma di nucleo sociale riconosciuta, talvolta in modo esasperato. La classe politica viene, perciò, selezionata esclusivamente sulla base di un rapporto clientelare. Il politico più apprezzato non è quello che è stato capace di dare risposte a interessi generali, ma quello che è riuscito a fare più favori, perché è questo che l'elettore pretende.» (pag. 103)

«"Ma tu te lo mangeresti un bambino?" chiesi un giorno a Falcone. "No!" fu la risposta. "Ma che razza di comunista sei!" esclamai. Sembrava, in effetti, di essere ripiombati nei lontani anni Cinquanta.» (pag. 158)

«Lo Stato aveva deciso di fermare se stesso proprio nel momento in cui stava registrando risultati esaltanti. E perché? Perché la mafia ce l'aveva dentro. Si faccia avanti chi è capace di dare una diversa risposta plausibile.» (pag. 175)

Questo racconto autobiografico di Ayala è la storia amarissima di un manipolo di veri e propri guerrieri, molti dei quali hanno espiato con una morte truce il peccato d'esser stati temerari, di aver difeso i propri altissimi ideali, di essersi mostrati integri e determinati a combattere
strenuamente una guerra impossibile per il proprio Paese.

Nemo propheta acceptus est in patria sua. Temo che a nessuno, meglio che a loro, quel proverbio si attagli.

Benché un suo pensiero venga riportato in copertina, Paolo Borsellino è solo sullo sfondo di questa narrazione, che si incentra, più che altro, sul rapporto professionale e di fraterna amicizia tra Ayala e Falcone e sulle reazioni al loro lavoro da parte del mondo esterno.

L'aspetto più inquietante e drammatico è l'emergere di una conferma, il consolidamento di quello che, al più, sarebbe solo un sospetto del lettore meno sprovveduto: una buona parte del nostro Stato non vuole combattere la mafia e, a volte, ha addirittura interesse a non farlo.

Ayala, Falcone, Borsellino, e molti come loro, misero in moto una macchina che funzionava bene, fin troppo bene; era efficiente e mieteva vittime. I nemici dello Stato (o coloro che avrebbero dovuto essere considerati tali) sarebbero stati falciati definitivamente, se solo lo Stato avesse voluto tenerla in moto e guidarla a dovere.

Il "fenomeno umano", come Falcone lo descriveva, avrebbe senza dubbio conosciuto una fine se il merito, le capacità, il coraggio di certi uomini fossero stati tenuti nella giusta considerazione.


Così non fu: quei giudici vennero messi al silenzio ed isolati. E, dopo aver letto la storia personale di Ayala, si apprende che, per non morire, "bisogna non essere soli".

domenica 21 marzo 2010

...siamo un milione!...

Ne sparano un'altra. Un milione! Boom! Ve piacerebbe, cari (si fa per dire) destrorsi. Quattro gatti anziani, invece, erano i presenti, per lo più ottuagenari. Rassegnatevi. Altro che i 150.000 segnalati dalla questura. Questo è quello che si legge stasera su Repubblica:

Questa è l'area di San Giovanni affollata, secondo la ripresa aerea:

...che dovrebbe corrispondere più o meno all'area da me identificata in Google Earth:

...e che secondo i calcoli di Google Earth stesso corrisponde ad una superficie di poco più di 11700 mq. Ma abboniamogliene qualcuno in più, anche in via della mia approssimazione geometrica: facciamo 15000 mq.

Ora, io mi chiedo quante persone possano stare, a meno di non voler smettere di respirare, in un metro quadro. Quante? Tre? Quattro? Se quattro, è grasso che cola.

Loro sono stati capaci di ficcarcene 1.000.000 /15.000 = quasi 67. Complimenti!

lunedì 15 marzo 2010

...a tutte le ore...

A casa mia è possibile sentire le sirene. A tutte le ore. Ma non quelle avvenenti fanciulle mezzopesce appollaiate sugli scogli. Piuttosto il mio quartiere è come un favo le cui api devono stare sempre all'erta. A tutte le ore. Pompieri, polizia, carabinieri, ambulanze. Alcune hanno ampollosi preludi, quasi come se dovessero annunciare la fine del mondo, e invece poi si sgonfiano fino a diventare dei lamentosi, usuali pee poo.
A tutte le ore pare ci sia un fuoco da innaffiare, un ladro da acciuffare, un malato da soccorrere. E via con la sinfonia. Lampeggia la strada intera sotto i colpi della luce blu roteante. A tutte le ore.

domenica 7 marzo 2010

...barba & sanguisughe...

Sabato vado dal barbiere. Mi affaccio nel piccolo locale. Carmelo, settantenne, è intento ad operare con una macchinetta elettrica sul capoccione di un cliente. Gli chiedo se posso, mi dice di sì, mi levo la giacca e mi accomodo sul divanetto. I due parlano e, ad un certo punto, l'uomo seduto manifesta di avere un brutto mal di gola, placche fastidiose. Gli è venuta perfino la febbre nei giorni passati e il suo medico gli ha prescritto certe medicine. "Noooooo!" interviene perentorio Carmelo, "Ma quali medicine e medicine? Lo sa che deve fare? Due gocce di succo di limone in un dito d'acqua e gargarismi a volontà! Vedrà che è una mano santa!". Il cliente sembra gradire il parere, annuisce con aria interessata e promette di provarci, "ché questi sono bei consigli" dice. Dopo qualche minuto entra un ometto, corto, in giacca e cravatta; si scappella, sorride e chiede se può; "Certo! e io che ci sto a fare?" risponde Carmelo, ridendosela. Il piccolo avvocato si leva il cappotto di fretta, lo appende e comincia a muoversi rapido, alla ricerca di un giornale che riporti l'andamento dei suoi titoli di borsa. È napoletano ed ha un'erre moscia aristocratica. Si siede non distante da me. Il legale ed il barbiere si scoprono presto coetanei, e dopo aver discusso a lungo su quanto fondamentale sia l'artigianato per questo paese, iniziano a rammentare i bei tempi andati.
"Si ricorda, Carmelo, qual era la mansione dei barbieri, una volta, oltre a fare barba e capelli?"
"Ma certo!" risponde prontamente l'uomo in camice blu, "Applicavano pure le sanguisughe alla gente! Ma ci pensa? Erano come dottori!"
Poi si ferma, mi guarda e aggiunge con una bella risata "...e magari la gente moriva!".

venerdì 19 febbraio 2010

...e io pago!...

I mezzi di Roma viaggiano in media dalle 5.30 del mattino alle 23.30 di sera: 18 ore di servizio al giorno. Io pago 30 euro di abbonamento al mese, quindi in media 1 euro al giorno. Oggi sono stati fermi per 4 ore: 4 × 1/18 = 0,23 euro.

Voglio i miei 23 centesimi di rimborso, e li voglio ADESSO!

lunedì 15 febbraio 2010

...chebbotto!...

Facciamo due conti. Dunque, se è vero che la luce si muove a 299.792.458 metri al secondo, il quadrato della sua velocità è 89.875.517.873.681.800 metri quadri al secondo quadro. Se è vero che 1 Joule di energia equivale a 1 kg per un metro quadro su secondo quadro, e se la formula di Einstein non tradisce, allora i miei quasi 100 kg di massa produrrebbero E = 100 × 89.875.517.873.681.800 = 8.987.551.787.368.180.000 Joule di energia.
Considerato che un Megatone corrisponde a 4,2 × 1015
Joule, e che la bomba atomica scoppiata su Hiroshima, di Megatoni, ne valeva 0,0125, se il mio corpicino, tutt'a un tratto, dovesse trasformarsi in energia pura, scatenerei una potenza pari alla bellezza di 8.987.551.787.368.180.000 / (0,0125 × 4,2 × 1015) = 171.191 bombe di Hiroshima.
Che botto! State attenti... vedete di non farmi incazzare.

domenica 31 gennaio 2010

Auschwitz-Birkenau 27/01/2010 - 21/03/2010

Oggi mi sono armato del solito coraggio che serve, in queste circostanze, ed ho affrontato la mostra su Auschwitz-Birkenau, al Complesso del Vittoriano. Aperta nella giornata della memoria, in occasione dei 65 anni dalla liberazione del campo, durerà fin quasi a fine marzo. Ho percorso i due piani dell'esposizione, restandovi circa tre ore, interessandomi ad ogni didascalia, ogni cimelio, ogni filmato, ogni fotografia. Ho letto tutto ciò che non fosse scritto in tedesco. Ho sostato a lungo davanti alle teche contenenti gli abiti di panno a righe dei prigionieri, con tanto di stella gialla appuntata. Non mi è riuscito d'immaginare come quegli stracci (e quelli soli) potessero mai proteggere dal gelo e dalla neve dell'inverno polacco.
Delle innumerevoli foto che ho visto, una mi ha colpito particolarmente: c'è una fila di bambini di non più di sei anni, si tengono per mano, sembrano una scolaresca; hanno i visi allegri, le guance paffute, le piccole chiome pettinate sotto i cappellini, i cappottini ben abbottonati; alcuni sorridono al fotografo, altri sono solo corrucciati per la curiosità, altri ancora parlano tra loro o guardano divertiti le proprie scarpe che affondano nel fango. Accanto ad essi delle donne, anche loro sorridenti. Io indugio sui visi dei bimbi, uno per uno, ne fisso le espressioni e nella mia testa penso di conoscere il loro destino. La didascalia informa che quel piccolo drappello di "inabili al lavoro" (sorrido... i bambini cos'altro potrebbero essere?) sta per essere accompagnato al treno che li porterà alla morte. Uccisi come vermi, appena scesi sulla Judenrampe. Di fronte a quella foto c'è una piccola teca di vetro, in cui è contenuto un vestito minuscolo, rosa pallido. Appartiene ad una bimba di due anni, che sorride, allegra e paffuta, nella foto accanto. Uccisa appena varcati i cancelli del campo.
Bambini: piccoli, rotondi, sorridenti, allegri; uguali a quelli che oggi dormono nei lettini delle stanze a fianco; uguali a quelli che corrono per strada spensierati; uguali ai figli e ai nipoti. Bambini di sessantacinque anni fa, tali e quali a quelli di oggi.
Meditate. Meditate che questo è stato.

mercoledì 27 gennaio 2010

...per non dimenticare...

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.


(Se questo è un uomo - Primo Levi)

sabato 23 gennaio 2010

...zorrobimbo...

Stasera, al supermercato, incontro Zorro. Alto neanche un metro, ha un mantello nero che gli scende sulle spalle, sopra il giubbottino verde, ed un cappello nero a falda tesa troppo largo per la sua testa, così che deve sollevarlo dagli occhi tutte le volte. Impugna un piccolo fioretto di plastica e, nel correre, nel ripiano più basso dello scaffale dei sughi la punta della sua piccola spada inciampa in una bottiglia di passata, che comincia a rotolare sul pavimento. Zorrino si spaventa; resta a guardarla, incerto sul da farsi, poi decide di andarle incontro, si china, la raccoglie con la sua piccola mano, ma non ce la fa ad alzarla, è troppo pesante; io che sto a guardarlo mi avvicino e gli dico: la sistemo io, piccolo, non preoccuparti. Lui sente la mia voce, alza la testa verso l'alto, la piega tutta all'indietro come se dovesse scrutare le nuvole; il cappello gli cade sugli occhi e con la manina deve sollevarlo; mi guarda un po' incuriosito, poi corre via, allegro e spensierato, a salvare i deboli.

giovedì 14 gennaio 2010

...onirismi kafkiani...

«Peccato, Signor L., un vero peccato! Lei se ne rende conto, vero?»
L'uomo che mi era seduto di fronte continuava a ciondolare il capo con aria costernata. Indicando il manoscritto innanzi a sé sulla scrivania, disse: «Lei comprende che questa sua opera, sì, chiamiamola col giusto nome, è tra le migliori produzioni letterarie di tutti i tempi, vero?»
Con un sorriso amaro aggiunse: «Io non so davvero se lei se ne renda conto». Diede un tiro alla sigaretta. Ci furono pochi secondi di silenzio. Mi guardavo attorno interrogandomi su quanto sarebbe durato ancora questo "incontro urgente".
Scosse ancora il capo, incredulo per la disgrazia accaduta.
«Col nostro aiuto, il prestigio della nostra casa editrice, lei avrebbe potuto raggiungere vette di vendita eccezionali e invece, che combina? per un semplice disguido tecnico, una chiamata che non l'ha raggiunta in tempo, il suo tempo», puntualizzò quel "suo" con un proiettile sparato dal suo dito indice, «lei si affida ad un editore minore, uno che probabilmente non ha neanche compreso ed apprezzato l'alto valore del suo lavoro» Scosse ancora il capo. Diede un altro tiro alla sigaretta. Altri secondi di silenzio.
Nel parlarmi, non mi guardava dritto in faccia. Invece la sua testa andava da sinistra a destra e ritorno, gli occhi esploravano il piano della scrivania di tanto in tanto concentrandosi sul monticello di fogli del mio manoscritto. Aprì casualmente la mia "opera", ne sfogliò qualche pagina, si soffermò a leggere, con il cilindro di tabacco tenuto tra le due dita che gli sorreggevano il capo. Vedevo i suoi occhietti fiammeggianti correre da sinistra a destra, e poi riprendere un po' più sotto, sempre da sinistra a destra, e più sotto ancora, stesso verso. Lesse un periodo che doveva essergli nuovamente piaciuto, sorrise leggermente a sé stesso, a conferma dei propri pensieri: un'opera geniale. Continuò ad agitare nell'aria dei no col capo. «Un capolavoro sprecato» disse quasi sottovoce. Non vedevo l'ora che quella mattinata finisse. Mentre mi parlava, lo studiavo: tracagnotto, sulla cinquantina, per essere buoni. Un viso gonfio, due guance cadenti. Tondo come una luna. Più largo che alto, seduto a quella scrivania ne vedevo solo la parte superiore del torso, ma tutto lasciava supporre che al di sotto del piano del tavolo si trovasse un'importante epa; mi chiedevo se toccasse il tappeto con i piedi. Cercai di indovinare di che colore fossero i suoi calzini. Vestiva un abito di un anonimo giallino, una cravatta che nessuno avrebbe mai indossato sul serio e i cui colori cangiavano a seconda della luce, una camicia di un colore scialbo, chiara anch'essa. Fissò gli occhi sulla prima cartella, batte' le mani sulla scrivania, si alzò in piedi e si diresse verso la vetrata sulla destra. Avevo ragione: una grande epa, di quella che i bottoni appena al di sopra della cintola fanno una gran fatica a restare al loro posto. Sbuffò ritmicamente, si fermò ad osservare fuori. La sua piccola e tonda sagoma si stagliò in controluce e lo fece ancora più minuscolo. Fumava. Aspettavo, attendevo che mi lasciasse andare. Sembrava che fissasse un punto particolare, di tanto in tanto si alzava sulle punte, come in un accesso di pensieri. Scosse ancora il capo, si prese il labbro inferiore tra l'indice e il medio che reggevano la sigaretta, tentò probabilmente di elaborare qualche soluzione ma, evidentemente, dopo aver constatato che non ve ne era nessuna, ridacchiò di scontentezza. Tornò velocemente al suo posto, spense la sigaretta frettolosamente nel posacenere ed esalando al ritmo delle parole il fumo rimastogli in gola, in tono deciso, severo e spedito aggiunse: «Lei ha sprecato una grande occasione, Signor L., mi creda. Sarebbe potuto diventare qualcuno, l'avremmo resa una persona ricca e, perché no, ne avremmo tratto il giusto anche noi. E invece...»
La mia colpa, versatami sulla testa dopo l'ingresso in quello studio, stava finalmente colando via, scivolandomi dal capo al tronco, dal ventre alle gambe, fino ai piedi e dai piedi adagiandosi sul grande tappeto persiano sotto la mia sedia. Fu un sollievo quando tese il suo braccino, mi porse la mano e, senza guardarmi, si accomiatò: «La saluto Signor L., buona fortuna». Non sembrava troppo convinto. Strinsi la sua mano, era sudaticcia. Nell'uscire dalla stanza mi voltai e lo vidi riadagiarsi sulla sedia, obliquo, lo sguardo rivolto al soffitto, meditabondo, l'espressione ancora costernata. In quella posizione, le gambe dei pantaloni leggermente alzate lasciavano intravedere i suoi calzini a strisce bianche e rosse.

lunedì 11 gennaio 2010

Di ritorno alla civiltà dopo quattro giorni passati a pascere a casa, mi accoglie una zaffata di merda dritta dritta nelle narici. Torno a godere della varietà di olezzi umani metropolitani. O forse olezzi di ani umani metropolitani. Non ho dormito e quindi mi sono alzato di buon'ora. Mi avvio a piedi nel freddo mattutino, da ponte Marconi lancio un'occhiata ad un Tevere incazzato, color del fango; facendo uno slalom tra merde e sputi resi ancor meno evidenti dai marciapiedi bagnati, giungo alla fermata San Paolo. Entro dall'ingresso degli handicappati, mi dirigo verso la scala mobile direzione Rebibbia e lì, in quel punto preciso, me lo ricorderò bene, una simpatica tanfata fetida invade il mio volto. Non puoi scappare quando sei sulla scala mobile, te la devi inspirare tutta, stipartela ben bene nei polmoni, godertela. E non puoi neanche lanciare il sacrosanto bestemmione mattutino, quello che ti viene fuori dalle occhiaie gonfie e dal disturbo che provi nel constatare che fai ancora parte del disgustoso consorzio di passeggeri dell'ora di punta. Sarà la grassona che ho di fronte e che se la fila con nonchalance? o il tizio con la valigetta? (il puzzo dava un po' di informatico, in effetti).
Che inizio d'anno di merda!...

domenica 10 gennaio 2010

"Il giardino dorato" - Harry Bernstein

Il meraviglioso epilogo della storia narrata ne Il muro invisibile e continuata ne Il sogno infinito. Ho divorato questo libro come gli altri due, ma questa volta tristemente consapevole che non ci sarebbe stata continuazione. Ci sono molte ripetizioni, ma è normale che sia così: l'autore non può essere certo che il lettore conosca anche gli altri due romanzi, per cui si limita a citare certi episodi narrati in essi, descrivendoli sommariamente, senza diventare noioso per chi, invece, ne è già a conoscenza. Personalmente consiglio la lettura dei due romanzi precedenti, prima di approdare al terzo. La mancanza di Ruby, che si conosce e si impara ad amare, tutti insieme, ne Il sogno infinito, in queste pagine si sente fortissima, e palpabile e commovente è l'immenso dolore di Bernstein per la sua scomparsa. Chiunque abbia dubbi sul fatto che due persone possano amarsi profondamente, li lasci dissipare leggendo questo romanzo. Ho apprezzato l'alternarsi del tempo presente e del tempo passato, capitolo per capitolo. Ammetto di essermi dovuto fermare, di tanto in tanto durante la lettura, chiudendo gli occhi per qualche secondo, aspettando di metabolizzare il grande dolore che Bernstein è così bravo a trasmettere.
Peccato per la traduzione italiana del titolo. Per essere in linea con il contenuto, sarebbe dovuto essere Il salice dorato (che è ciò che significa il titolo originale The Golden Willow). Spero tanto che Bernstein non si lasci sopraffare dai suoi 100 anni e continui a scrivere ancora e ancora e ancora.

giovedì 7 gennaio 2010

...pleonasmi commerciali...

L'altro ieri, in un bar, su un tavolino, in un delirio di caramelle, dolci, blocchetti di carbone zuccheroso, chupa chups e altre leccornie strappadenti inzeppate in calze, calzettine, calzettoni messi in bella vista per la Befana, ho scorto un recipiente con su scritto "guanti vuoti". In un primo momento non ho neanche immaginato che potesse alludere a dei guanti da riempire, in alternativa alle più classiche calze, ma mi sono soffermato a pensare su quel "vuoti".... "Guanti vuoti". Effettivamente, mi sono detto, sarebbe interessante (almeno più divertente) se si cominciasse a vendere la merce sottolineando tali suoi pleonastici aspetti: vendesi guanti vuoti (mani non incluse), sciarpe senza colli, scarpe senza piedi, guinzaglio senza cane, moto non provvista di guidatore. Ed altre, ugualmente interessanti, varianti sul tema: vendesi canotto sgonfio, vendesi lampadina spenta, vendesi panettone non morsicato, vendonsi pile cariche, portafogli vuoti, pasta non cucinata...

mercoledì 6 gennaio 2010

"Il sogno infinito" - Harry Bernstein

Mi sono accostato a questo libro con il timore che si riserva, di solito, alle "continuazioni". Ma Bernstein non mi ha deluso; no, non poteva! Questo romanzo, approdo naturale per chi viene da Il muro invisibile, tiene incollato il lettore alle proprie pagine esattamente come il predecessore. Bernstein ha quella facoltà magica di coinvolgere in una lettura appassionata, perché appassionato è il racconto. Sorprende il lettore, ad ogni angolo, con i tormenti, gli amori, i dolori e le gioie (rare) della sua vita vera e dura. Non si può non continuare ad amare sua madre, la dolce chioccia che si inizia a conoscere nel romanzo precedente; non può non inasprirsi l'odio per il burbero padre padrone; non ci si può non innamorare della dolce Ruby, sotto il salice piangente. Non si può non soffrire, commuoversi e gioire insieme a 'arry. Scrittore e lettore, in queste pagine, sono una cosa sola. Ho divorato questo romanzo in soli due giorni ma non ho tempo di fermarmi, è già ora di tuffarmi ne "Il giardino dorato". Non senza un po' di tristezza nel cuore, sapendo che è l'ultimo della "serie" e consapevole che Bernstein, classe 1910, si sente troppo vecchio (ahimè) per scrivere ancora.

mercoledì 30 dicembre 2009

...pensavo meglio...

Oggi, in preda al finto entusiasmo per il mio compleanno, avrei voluto ricordare tutto ciò che di bello è accaduto in quel lontano anno di piombo. La cosa più semplice è stata andare su Google e cercare la frase: "nel 1974 ci fu". Qualcosa di bello verrà sicuramente fuori! ho pensato ingenuamente. I risultati difatti sono stati abbastanza deludenti. Insomma, Nixon si dimise per lo scandalo Watergate, ci fu l'attentato di Piazza della Loggia, Solženicyn venne espulso dalla Russia, morì il presidente francese Pompidou, il governo Rumor entrò in crisi, l'Etna eruttò, e inoltre ho scoperto che:

- "Nel 1974 ci fu" una profonda recessione, che però non generò una forte ripresa;
- "Nel 1974 ci fu" l'esplosione di una bomba nella “White Tower” con un morto e 41 feriti;
- "Nel 1974 ci fu" la famosa crisi energetica che impose ai cittadini la domenica senza auto;
- "Nel 1974 ci fu" nella contea di Humboldt nel Nevada un'ondata di mutilazioni di animali;
- "Nel 1974 ci fu" un fulmine, che colpì la chiesa del SS. Salvatore e fece crollare il soffitto a volta;
- nel 1974 ci fu l'attentato al treno Italicus;
- Nel 1974 ci fu un tentativo di furto che asportò il Tesoro di Canoscio;
- Nel 1974 ci fu una escalation di criminalità;
- Nel 1974 ci fu per la band un periodo pieno di sbandamenti. Tutti i membri ebbero seri problemi di dipendenza da droghe;

Sigh, dopo le prime tre pagine di risultati di Google mi sono arreso. Insomma, credo davvero che gli eventi migliori del 1974 si riducano alla messa in onda di Happy Days negli USA, all'ottenimento dell'indipendenza di Grenada dal Regno Unito e alla vittoria di Iva Zanicchi al Festival di San Remo. Pensavo meglio!

venerdì 18 dicembre 2009

...l'unto...

È finalmente entrato anche lui nel Pantheon delle vittime illustri. Come Malcolm X, Martin Luther King, Gandhi, Gesù Cristo. Anche lui ha sofferto, anche lui è frainteso e perseguitato, anche lui predica l'amore quale forza vittoriosa sul male! lui che ama tutti! lui che vuole solo il bene! Fratelli e sorelle, finalmente abbiamo anche noi il nostro messia! Oh gaudio! E se il suo dolore servirà a salvare il mondo dal male, ebbene che questo sia! non avrà sofferto invano! "Dell'Utri! Dell'Utri! perché mi hai abbandonato?!" ... no, no sia fatta la volontà di Alfano, non quella dei giudici rossi! Chi non ha mai corrotto scagli la prima pietra! Lasciate che le gnocche vengano a me! Vittorio Mangano, su di te fonderò la mia villa! Ghedini, quello che devi fare, fallo presto! Se qualcuno ti getta una statuetta nei denti, tu sali sul predellino! Date a Mediaset quel che è di Mediaset! Andate, candidatevi nel PDL, moltiplicatevi e predicate! Io sono il miglior unto del Signore degli ultimi 150 anni!!!

«Se cambiano i toni, il mio dolore non sarà stato inutile. Vi benedico nel nome di Dell'Utri, di Mangano e dello spirito di Sandro Bondi. Scambiatevi una bustarella, in segno di pace.»
(Silvio Berlusconi)

martedì 15 dicembre 2009

...che due Maroni...

Che poi da uno che si chiama "Maroni" che cosa c'è da aspettarsi se non delle emerite coglionate?
Il nostro illuminato Ministro degli Interni non è nuovo alle maronate. Si intende talmente tanto di tecnologia e di Internet da aver proposto, qualche tempo fa, un "IP unico" per tutti gli utenti della Rete; cosa che fece ovviamente sganasciare dal ridere chiunque di informatica ci capisca anche solo un briciolo e che ricordava molto da vicino l'ignobile proposta di schedatura dei bimbi Rom. In buona sostanza, dico io, se stai acquisendo informazioni su di me che ti riconducano univocamente a me, allora mi stai schedando e se mi stai schedando stai tracciandomi a priori, in vista di possibili reati. Questo significa sovvertire uno dei principi fondamentali del nostro diritto penale che è la presunzione d'innocenza. Ma come aspettarsi che questo buon leghi-fascista sappia cos'è la "solidarietà sociale" e la "funzione della Repubblica di riconoscere i diritti oggettivi di ciascuno" come statuito dall'articolo 2 della legge fondativa dello Stato italiano?
A seguito del piccolo duomo arrivato sui denti di Mister B., ne ha sparata un'altra, Maroni, di maronata. Ha affermato (cito Repubblica di oggi): «Stiamo valutando di oscurare i siti internet che incitano alla violenza. La possibilità che tutti hanno di mettere sul web messaggi che inneggiano alla violenza è un problema serio. Questo è un reato, si chiama istigazione a delinquere e deve essere perseguito». Innanzitutto non capisco perché se, come è vero, istigare alla violenza è un reato, si sta valutando solo ora di oscurare questi presunti siti web. Se è un reato, è un reato e basta, si oscurerà un sito quando si riscontrerà che delinque. Perché valutare la cosa proprio ora? In secondo luogo: ho il forte sospetto, considerato che molti idioti già vanno in strada con striscioni con su scritto "Di Pietro, il mandante sei tu", che il termine "violenza" per Maroni e i suoi accoliti possa assumere un significato molto particolare e molto pericoloso; considerato che l'atto di un folle viene, al di fuori di ogni logica, attribuito al clima politico surriscaldato, non sarà che il concetto di "violenza", come concepito da Maroni, aderisca inopinatamente a quello di "aspra critica verso il governo" e che quindi l'atto di oscurare (che già da solo ricorda il fascimo) i siti che istigano alla violenza diventi, tutt'a un tratto, quello di censurare chi la pensa diversamente e lo fa con toni legittimi benché aspri?

Caro Ministro Maroni, l'unica cosa intelligente che lei possa fare è oscurare il suo dannoso cervello. E adesso mi oscuri.

domenica 13 dicembre 2009

...e le chiamiamo "bestie"...

Sarah Brosnan e Frans de Wall sono due ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center dell'Emory University e studiano i comportamenti dei primati. Da alcuni esperimenti da loro svolti è venuto fuori che i bonobo, una razza di scimpanzé vivente in Congo, percepiscono la parzialità nei trattamenti e sono in grado di protestare per essa: se a tutti i membri di un gruppo viene offerta la stessa quantità di cibo al fine di svolgere un lavoro, tutti collaborano volentieri. Ma se anche ad uno solo di essi viene dato del cibo in quantità inferiore agli altri, ecco che nasce il risentimento, la scimmia penalizzata si offende e non esegue il compito. Allo stesso modo, i due ricercatori hanno osservato che un membro di un gruppo rifiuta il cibo (pur essendone molto ghiotto) se agli altri membri presenti non ne viene offerto in pari quantità. I bonobo sono gli scimpanzé più simili a noi: abbiamo in comune il 98% del codice genetico. Ora si scopre in cosa consiste quel 2% di differenza: nel senso innato di giustizia che loro posseggono e noi no. E le chiamiamo "bestie".

mercoledì 9 dicembre 2009

...siamo in buone mani...

Il pentito Gaspare Spatuzza, altrimenti noto come U' Tignusu, ha deposto in questi giorni circa le varie nefandezze compiute dalla mafia negli anni passati. Ha scodellato i suoi segreti agli ansiosi magistrati. Leggendo l'articolo di Repubblica di oggi "I segreti di Spatuzza" trovo un periodo che mi lascia a dir poco sconcertato: «Tramite la 'ndrangheta abbiamo acquistato delle armi, due mitra, due machine-pistole ed un lanciamissili. Era un carico di armi per fare un attentato al procuratore Caselli. Questo lanciamissili era custodito in un magazzino della nostra famiglia che venne poi perquisito dalla Dia. Era nascosto nell'intercapedine di un divano e non fu trovato». Eh??! ma stiamo scherzando?? la Direzione Investigativa Antimafia manda i suoi uomini a perquisire (sottolineo: perquisire) un magazzino in mano alla mafia e questi non trovano un lanciamissili (sottolineo: lanciamissili) nascosto nell'intercapedine di un divano??!...
Siamo in buone mani ragazzi...

domenica 6 dicembre 2009

"Conquisti il tesoro senza colpo ferire"

Venticinque anni fa io ero un bambino. Passavo tanto tempo di fronte all'Olivetti M20 di mio padre, sul quale ho imparato a "strimpellare" le prime note di programmazione. Era il tempo in cui nessuno possedeva un computer o sapeva cosa fosse. Per intenderci, l'M20 era una macchinuccia che allora avrebbe fatto apparire gli odierni elaboratori come supercomputer della Nasa. Ma a me bastava e avanzava. In particolare c'era un gioco d'avventura che mi faceva impazzire, si chiamava "La Caccia nella Grande Foresta Incantata". Ricordo d'aver speso ore e ore davanti a quella misteriosa scacchiera, tra alberelli, castelli e locande. Era un piccolo mondo magico in cui la mia fantasia di bambino spaziava allegramente. Nella mia mente echeggia quel "Conquisti il tesoro senza colpo ferire" del cui "senza colpo ferire" ignoravo il significato. Col tempo ho scoperto che quel giochino divertentissimo constava solo di poche righe di codice BASIC ma, pur apprendendone la vera natura, la sua magia non si è mai spenta ed ancora oggi che la programmazione è il mio mestiere leggo quel listato ingarbugliato con lo stesso fascino e la stessa ammirazione dei miei dieci anni. Temo non saprò mai chi sono E. Petrelli ed A. Vercesi che il 15 dicembre del 1983 decisero di inventare questo gioco. Non saprò mai se siano uomini o donne, alti o bassi, magri o grassi, ma questo post lo dedico a loro: grazie! grazie E., grazie A., grazie per aver allietato le mie giornate di bambino!...